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Intervista a Daniele Ciprì

Daniele Ciprì, regista e direttore della fotografia,  è il presidente di giuria di questa terza edizione e per conoscerlo un po’ meglio gli abbiamo posto la nostra “classica” domanda.

Se comparisse il genio della lampada, quali sarebbero i tuoi 3 desideri?

1. Una passeggiata con Stanley Kubrik

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2. Una cena con John Ford

3. Una chiacchierata con Don Siegel

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Se volete sapere il perchè di queste scelte non vi resta che partecipare al festival. Daniele Ciprì sarà con noi a Taranro sabato 6 e domenica 7 maggio.
Inoltre domenica mattina, alle 10.00 presso la Lega Navale di Taranto, è previsto un incontro informale con il regista . Occasione buona per porgli delle domande.

 

Intervista a Gianni Cannizzo, regista di “Viaggio con Riccardoterzo”

Queste sono le ore più concitate. Incastrare gli arrivi di tutti i registi, gli ospiti ed i giurati è l’ultimo step prima dell’inizio del festival previsto per domani mattina.
Ma il bello è che non si perde mai occasione di interrogarsi su qualcosa quando si parla con gente di questo spessore.
E ieri, tra un indirizzo di hotel ed un numero di telefono del taxi, ci siamo concessi un momento di approfondimento con Gianni Cannizzo che regalerà a Taranto e al nostro festival l’anteprima del suo film.

Visto da vicino nessuno è normale” così Roberta Torre ha sintetizzato il suo lavoro con attori e pazienti. E tu condividi lo stesso pensiero?

Certamente non posso che condividerlo. “Visto da vicino nessuno è normale” è una frase di Franco Basaglia che è stata inserita da Roberta Torre nello spettacolo Insanamente Riccardo III per lo straordinario messaggio che veicola e come omaggio a questo grande personaggio che tanto ha fatto per la psichiatria in Italia.
Da subito la frase è divenuta un po’ il nostro motto.
10487431_499711210159021_4418627885242196432_nCiò che bisogna sapere è che per questo spettacolo la regista ha scelto di lavorare con una compagnia mista cioè composta in parte da attori professionisti ed in parte da pazienti psichiatrici o come lei preferisce distinguerli “attori impazienti” ed “attori pazienti” . Quest’ultimi sono gli assoluti protagonisti, lo spettacolo è stato cucito su di loro. Lavorare con loro e poterli conoscere ci ha portato giorno dopo giorno a riflettere sul concetto di “normalità” un concetto a dir poco sfuggente, direi quasi fumoso e quindi grazie a loro posso dire che certamente visto da vicino nessuno è normale.

Durante lo sviluppo di questo progetto e delle riprese, sei rimasto sorpreso da qualcosa in particolare?

In questo spettacolo il mio ruolo è stato doppio infatti prima di diventare regista del documentario “Viaggio con RiccardoTerzo” ho lavorato come aiuto regia, un lavoro che mi ha messo a stretto contatto con gli attori. Molti dei pazienti psichiatrici non avevano mai intrapreso nessuna attività teatrale e si ritrovavano così catapultati in un’attività assolutamente inedita che li riempiva di ansie e paure. Ciò che mi ha stupito è stata l’evoluzione che queste persone sono state capaci di fare in un tempo comunque breve. Si può parlare di almeno due aspetti sorprendenti e cioè quello “artistico” e quello “clinico”. Artisticamente grazie al lavoro di Roberta Torre che con sensibilità li ha guidanti lungo un percorso creato per loro e con loro sono stati capaci di liberarsi dalle inibizioni e dalle catene che spesso non ci permettono di esprimerci pienamente divenendo replica dopo replica sempre più padroni della scena, alcuni di loro addirittura facendosi notare per delle doti recitative di spessore. Dal punto di vista clinico parallelamente gli psichiatri ci informavano di miglioramenti davvero oltre le più rosee aspettative. Questa doppia anima mi interessò a tal punto che quando ci invitarono all’Edge Festival che si svolgeva a Milano e più precisamente al Piccolo Teatro decisi di comune accordo con Roberta Torre di lasciare il mio ruolo d’aiuto regia per armarmi di macchina da presa e filmare questo strordinario viaggio.

Pensi che questo tipo di lavoro possa abbattere le barriere culturali legate alla diversità?

Per rispondere a questa domanda devo prima fare una dovuta precisazione. La presenza di pazienti psichiatrici nella compagnia non era legato ad un tentativo di fare teatro-terapia o altre tipologie di arte applicate alla medicina. L’operazione fatta da Roberta Torre è stata sian dall’inizio un’operazione prettamente artistica. Ciò che ne è conseguito anche da un punto di vista clinico è stato se vogliamo una conseguenza del buon lavoro svolto e delle caratteristiche intrinsicamente positive proprie del teatro. Detto ciò certamente un lavoro come Insanamente Riccardo III può essere un’efficace ariete capace di rompere le barriere culturali che ancora oggi sono presenti ed ingombranti.

Taranto è la città che hai scelto per l’anteprima nazionale. C’è un motivo particolare?

Devo confessare di non essere mai stato a Taranto. Con questa città ho una storia d’appuntamenti mancati. Per anni la mia famiglia ha fatto dei viaggi in Puglia visitando tra le altre anche Taranto ma ogni volta capitava qualcosa che mi impediva di partire. La presenza di Roberta Torre come presidente di giuria e la curiosità di scoprire questa città e la Puglia sono stati sicuramente i due fattori che più mi hanno convinto che il Premio Marcellino de Baggis potesse essere il luogo ideale per presentare in anteprima il mio documentario.

 

Sabato 3 ottobre alle 20.45 vi aspettiamo a Palazzo Pantaleo.

Intervista a Ruggero Sintoni

Ruggero SintoniLei è un uomo di teatro, ha fondato l’Accademia Perduta Romagna Teatri, ma c’è un’aspetto del cinema del reale che l’affascina? Se si, quale?
Mi intrigrano e mi affascinano tutte le opere che sono capaci di restituirci verità o conoscenza.
Tutte le arti possono avere questa funzione; è solo una delle tante, ma è quella che affrontiamo in questo momento di cinema documentario. Mi piace molto quel cinema che, prevaricando la cronaca, diventa impegno civile e coscienza critica. Il nostro tempo ed i suoi strumenti audiovisivi sono strapieni di informazioni, ma diversa è la conoscenza di cui tutti abbiamo necessità. il caso dell’attentato all’11 settembre è emblematico: radio, televisioni, satelliti, internet e quant’altro ci mostrarono a pochi minuti dal disastro quanto era accaduto; nonostante tutti sapessimo tutto, a tutt’oggi non abbiamo ancora capito. Sappiamo, ma non conosciamo.
Ha “debuttato” come produttore cinematografico con i documentari di Roberta Torre, “La notte quando morì Pasolini e “itiburtinoterzo”.
Quali sono i motivi che l’hanno spinta ad investire in questo progetto?
In realtà, io e Roberta Torre, stavamo prendendo appunti (alla maniera di Roberta, ovvero per immagini…)per uno spettacolo teatrale con Claudio Casadio, che affrontasse, il peso di chi si trova sulle spalle un’eredità non cercata e Pelosi, “la rana”, ne era esempio emblematico.
La Torre, che non è regista di superficie, ma che per consegnari un’estetica autentica e originale, aveva avuto curiosità e necessità di incontrare decine di volte Pino Pelosi, propose di mettere “in immagini” il suo racconto e lo riprese nelle anguste cantine del palazzine della madre dove c’erano anche oggetti della sua infanzia fra cui il triciclo. Ma c’era anche la necessità di presentare e raccontare “nuovi” ragazzi di vita, quelle delle generazioni successive a Pelosi.
Cosi sono nati questi due docufilm che da Locarno in poi hanno fatto il giro del mondo nei festival più importanti, ma che hanno riportato nuovamente all’attenzione dell’informazione una delle vicende più oscure e tristi che ha fatto morire uno degli Artisti più grandi del secolo scorso.
Sta portando avanti altri progetti cinematografici ? Che difficoltà incontra nella distribuzione?
Da “La notte quando morì Pasolini” e “itiburtinoterzo” è nato tra me e Roberta un sodalizio artistico che dal Teatro mi sta portando anche al Cinema con il medesimo entusiasmo creativo e culturale; per questo sono qui. Sto conoscendo il Cinema e confido di conservare, oltre ad ottimi compagni di strada, la stessa forza che mi accompagna nel mio lavoro inAccademia Perduta/Romagna Teatri – Centro di produzione Teatrale.

Intervista a Carlos Solito

Il festival sta per arrivare, fervono i preparativi, il telefono squilla in continuazione ma con Carlos è sempre un piacere parlare, confrontarsi, organizzare e a volte salutarsi con una frase in dialetto.
Se sabato 19 settembre presenteremo il festival in Expo è grazie a lui e alla Casillo Group che ci ha invitati e ci ospiterà a Milano.
Dalle parole di Carlos si capisce che la Puglia se la porta dentro con passione, affetto e a volte anche con un po’ di sana lettura oggettiva. D’altronde amare una terra, questa terra, vuol dire analizzare tutto di essa.

Sei fotografo, scrittore e regista.
Quando devi raccontare una storia che ti sta a cuore come scegli la forma del racconto?
La forma del racconto è decisamente invisibile, o meglio è la somma di una serie di percezioni. Raccontare una storia è dare un senso narrativo ai sensi.

carlosCinema del reale o cinema di finzione, quale ti rispecchia di più?
Tutto è realtà, tutto tutto tutto. Anche le forme di finzioni più assurde sono una metamorfosi, morbosa o ovvia, di un evento di un vissuto di un’esperienza reale. Mettiamola così, mi piace condire la finzione con il reale, è come mangiare un buon piatto di orecchiette e grattuggiarci sopra del cacioricotta.

Sei anche un travel blogger.
Qual è il tuo rapporto con il web ed i social? 
Pensi che i medi digitali possano aiutare un mestiere artistico come il tuo?

Il web, i social, l’infinita trama della rete è uno straordinario spazio nel quale proiettare le espressioni creative di ognuno di noi. Il bello di questa dimensione virtuale è che cambia e connota la realtà in relazione a tutta una serie di parametri. Oggi ci sono bloggers, twitstars, instagramers e youtuber che, nei loro più o meno interessanti spazi e profili sulla rete, creano l’attenzione su se stessi o creativi che altrimenti, se solo immaginiamo all’era senza internet, non avrebbero avuto un modo per proporsi a platee lontane dal proprio quartiere e/o giri di amici. In passato, come oggi, chi ha voglia di provare, scommettere, mettersi in gioco, confrontarsi, arrivare a lanciare un messaggio (in qualunque arte sia declinato) non può ignorare la realtà della virtualità web. Ognuno è figlio del proprio tempo.

Sei un talento tarantino.
Calvino scriveva “di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie ma la risposta che dà ad una tua domanda”.
Bene, Taranto ha mai saputo rispondere ad una tua domanda? Se si, a quale?
Taranto ha saputo, da subito, rispondere a una mia domanda. Ho iniziato a scrivere a 10 anni e a 16 anni ho pubblicato il mio primo romanzo per un editore leccese che ho venduto porta a porta in provincia. Capii quanto potesse essere difficile ambire a vivere da quella mia passione nel mio luogo natio. Ecco, Taranto e Grottaglie hanno subito risposto a una mia domanda all’epoca: qualsiasi cosa avessi voluto fare in tal senso, soprattutto con l’ambizione di farne un lavoro, era il luogo meno indicato dove farlo.
Non prendiamoci in giro, siamo impreparati a una certa cultura basti pensare che gli enti pubblici finanziano ancora le sagre ignorando un nuovo, incalzante, potente, linguaggio artistico quale quello del cinema. E aggiungo: ci sono amministratori e assessori di cultura che tutto sono tranne che persone di cultura. Detto questo, però, i nostri luoghi (Taranto, Grottaglie, la provincia intera) sono dei contenitori di storie e luoghi incantevoli: è come se fossero pagine di un immenso libro – chiamato Puglia – da sempre pronto per essere letto, interpretato, raccontato.

 

 

Intervista a Roberta Torre

Quest’anno abbiamo il piacere di ospitare a Taranto Roberta Torre e di averla tra noi come presidente di giuria. Avremmo voluto porle tante domande sui suoi lavori teatrali, sui suoi romanzi, sul suo modo di raccontare la realtà attraverso il cinema, ma davanti ad un personaggio così eclettico, così importante tutto ci sembrava banale.
E allora le abbiamo dato carta bianca.
Le abbiamo fatto una domanda aperta.

Se comparisse il genio della lampada, quali sarebbero i tuoi 3 desideri?

1. Una sera a cena con Salvator Dalì e Federico Fellini nella casa della Fata Turchina di Pinocchio, Charlie Parker al sax

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2. Una sera a cena con Andy Wharhol e Marylin Monroe al Chelsea Hotel , Bob Dylan singing
secondo
3. una sera a cena da Betto e Mary con Pasolini e Totò,Ella Fitzgerald al microfono.
terzo
That’s all.

Intervista a Giuliano Pavone

Venditori di fumoCi sono tanti modi di documentare e raccontare la realtà: Giuliano Pavone crea immagini molto vive, ma con le parole. Il suo ultimo libro è “Venditori di fumo. Quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto” e racconta al resto del mondo la storia di una città tanto bella quanto offesa.


Giornalista, romanziere, saggista: qual è la tua incarnazione preferita? O sono tutte “sempre meglio che lavorare”?
Amo definirmi uno “scrivente”: l’unica costante della mia attività è proprio la scrittura, declinata in tutte le sue “incarnazioni”, che sono più numerose delle tre che citi. E in questo mix c’entra anche il “sempre meglio che lavorare”: scrivere è così bello che a volte si fa davvero fatica a considerarlo un lavoro, ma se si vuole vivere di scrittura bisogna trovare un equilibrio fra attività piacevoli e redditizie.
Fra l’altro, in Venditori di fumo ho provato ad abbinare la forma saggistica a quella narrativa, secondo un modello di docufiction che non consiste nel romanzare i fatti (sminuendone così l’attendibilità) ma nell’affiancare alle parti strettamente giornalistiche altre pagine più evocative e “di contesto”, mettendole però al servizio di quello che resta lo scopo di un saggio: la comprensione di un evento o di un fenomeno.


In “Venditori di fumo” parti da un’immagine e da un sonoro: invidi un po’ chi ha scelto uno strumento espressivo che permette di far vedere e sentire quello che si racconta?
Sì, anche se in compenso un libro si può scrivere da soli con un blocchetto e una penna, mentre le produzioni cinematografiche, anche le più semplici, sono molto più complesse. Scrivendo, si cerca anche di evocare immagini, pur sapendo che su quel terreno il confronto con le arti visive è perso in partenza, ma ci si rifà con l’immaginario, dove invece vince la scrittura. Recentemente una pianista con cui ho fatto un reading musicale (a proposito di diversi strumenti espressivi…) mi ha detto che la mia scrittura è insieme visiva e introspettiva. Lo considero uno dei più bei complimenti che mi abbiano fatto come “scrivente”, perché mi viene riconosciuta la capacità di usare il mezzo espressivo in tutta la sua potenza.

Giuliano Pavone
Scrivi in bianco e nero o a colori?
Dipende: ogni libro ha un direttore della fotografia diverso!


Regala un soggetto a un documentarista: che storia vorresti veder narrata?
Non riesco a immaginare un soggetto per un documentario (o se è per questo neanche per un film) che non sia contemporaneamente spendibile come sinossi per un mio lavoro di scrittura. Perciò preferisco tenere segrete le mie idee e poi dare appuntamento a documentaristi, sceneggiatori e (soprattutto!) produttori dopo la pubblicazione. Vedere una nuova opera creativa che scaturisce da una tua opera creativa è un’emozione molto forte, che per ora ho provato con il fumetto tratto dal mio primo romanzo, “L’eroe dei due mari”. Quanto al cinema, spero che succeda presto.